"Attraverso la revisione di Swissness, il Parlamento rafforza lo Swiss made"

Al fine di preservare il valore dei prodotti e dei servizi svizzeri, la nuova regolamentazione Swissness definisce la quota di provenienza elvetica che devono contenere queste ultime per essere etichettate come "svizzere". Spiegazioni. 

Adottata nel giugno 2013, la revisione "Swissness" mira a proteggere i prodotti svizzeri e a evitare gli abusi. La quota di provenienza elvetica varia a seconda che si tratti di prodotti naturali, di derrate alimentari, di articoli industriali o di servizi. Di seguito, le spiegazioni di Nicolas Guyot, responsabile del Servizio giuridico Diritto di proprietà industriale presso l’Istituto federale della proprietà intellettuale (IPI). 

Quali sono gli obiettivi della nuova legislazione "Swissness"?

Nicolas Guyot: Adottando questa revisione, il Parlamento ha deciso di rafforzare la protezione dello "Swiss made" e della croce svizzera in modo da preservare durevolmente il loro valore e di arginare gli abusi. Basata sulle aspettative dei consumatori, la nuova regolamentazione definisce precisamente la quota di provenienza svizzera che un prodotto o un servizio deve contenere per essere etichettato "Svizzera" o "Swiss made". 

Come si determina se un prodotto o un servizio è svizzero?

Guyot: Per i prodotti naturali (piante, acqua minerale, carne, ecc.), è il legame con il suolo (luogo di raccolta, di estrazione, di allevamento) che è determinante.

Per le derrate alimentari, l’80% almeno del peso delle materie prime utilizzate deve provenire dalla Svizzera. La tappa di trasformazione che conferisce al prodotto le sue caratteristiche essenziali deve aver luogo in Svizzera.

Per i prodotti industriali, il 60% almeno del costo di produzione deve essere realizzato in Svizzera. Anche in questo caso, la tappa che conferisce al prodotto le sue caratteristiche essenziali deve aver luogo in Svizzera.

Per i servizi, l’impresa deve avere la propria sede amministrativa in Svizzera ed essere davvero amministrata dalla Svizzera. Questa condizione supplementare è stata prevista per evitare il fenomeno delle "società bucalettera".

Se queste condizione vengono soddisfatte, un prodotto o un servizio possono vantare la designazione "Svizzera", "Swiss made" o la croce svizzera. Il loro utilizzo è facoltativo, gratuito e non sottoposto ad autorizzazioni. Le imprese che desiderano farne uso devono assicurarsi che i loro prodotti o servizi soddisfino i criteri. Soltanto in caso di contenzioso saranno tenute a dimostrare che le esigenze legali legate alla provenienza sono state rispettate. 

L’IPI mette a disposizione delle PMI una documentazione che permette loro di mettere in atto rapidamente la nuova regolamentazione?

Guyot: Il sito internet dell’IPI fornisce informazioni dettagliate e anche uno strumento di calcolo Excel destinato alle PMI. Fino ad ora, abbiamo organizzato 18 seminari e partecipato come oratori a più di 40 conferenze in tutta la Svizzera, in particolare presso le camere di commercio, le scuole universitarie e le associazioni professionali. 

Le PMI possono, in caso di domande, rivolgersi al centro di contatto dell’IPI?

Guyot: Sì. L’IPI assicura una presenza telefonica tutti i giorni feriali e risponde anche via posta elettronica. Dal mese di giugno 2015, l’IPI ha risposto a quasi 1'200 domande e questo servizio è gratuito. I nuovi criteri sono chiari e sono stati concepiti per offrire maggior flessibilità alle imprese. Attraverso questi strumenti e le informazioni messe a disposizione dall’IPI, esse dovrebbero poter determinare da sé se i loro prodotti o servizi soddisfano le condizioni.

Ciononostante, l’IPI non ha il compito di fornire consigli personalizzati ai privati. Del resto, tale attività costituirebbe una concorrenza illecita rispetto all’offerta dei fornitori privati. Inoltre, per le domande concernenti un caso concreto, le imprese dovranno far ricorso ai servizi di un consulente specializzato, cosa non nuova dato che sotto la legislazione precedente le imprese vi hanno talvolta dovuto ricorrere per situazioni giuridiche complesse. 

I certificati d’origine permettono di presumere che una merce è svizzera dal punto di vista del diritto dei marchi?

Guyot: No. I certificati d’origine, attribuiti dalla camere di commercio, rientrano nell’ambito del diritto doganale e non di quello delle indicazioni di provenienza. Questi due ambiti hanno scopi diversi e sono governati da regole che presentano alcune similitudini, ma che non sono tuttavia interamente identiche. Così, un prodotto può avere un’origine doganale svizzera senza necessariamente soddisfare le esigenze della provenienza svizzera. 

È possibile immaginare di far certificare la provenienza dei prodotti esportati da un organismo svizzero?

Guyot: No, la legge non prevede nessuna possibilità di certificazione ufficiale. Parallelamente, il produttore o il fornitore di servizi non deve richiedere un’autorizzazione per far uso dell’indicazione

"Swiss made". Essa può essere utilizzata liberamente, a condizione che sia esatta, ovvero che i prodotti o i servizi in questione siano effettivamente di provenienza svizzera. 

Quali sono le sanzioni previste in caso di violazione involontaria delle regole?

Guyot: L’uso involontario di un’indicazione di provenienza fasulla o inesatta non viene sanzionato dalla legge. Bisogna tuttavia essere prudenti con la nozione di "violazione involontaria" in quanto la sua accettazione è ristretta. Se, facendo prova di diligenza acquisita, l’impresa potesse sapere che il suo prodotto o servizio non soddisfa i requisiti ma decidesse di rischiare comunque di ingannare i consumatori apponendovi una croce svizzera, allora vi sarebbe violazione volontaria. Un produttore che sceglie di usare la croce svizzera o il marchio "Swiss made" non può nascondersi dietro un’apparente ignoranza in modo da risparmiarsi l’esame dei criteri di provenienza. Far finta di non conoscere le regole sarebbe, peraltro, poco credibile data la copertura mediatica del tema "Swissness".

In caso di violazione volontaria, la legge prevede una pena privativa di libertà di al massimo un anno, o una pena pecuniaria. La pena può spingersi fino a cinque anni se l’autore agisce "per mestiere". 

E per quanto concerne le dogane?

Guyot: L’amministrazione delle dogane può trattenere spontaneamente dei prodotti muniti di un’indicazione di provenienza inesatta. Essa informa poi l’IPI, o il cantone in questione se si tratta di un’indicazione regionale, il quale è abilitato ad agire davanti ai tribunali. L’IPI, un concorrente, un’associazione professionale o un’organizzazione di difesa dei consumatori possono, inoltre, beneficiare dell’aiuto delle dogane sollecitandole quando sussiste un rischio di uso illecito del marchio "Swiss made" legato a un prodotto importato, in fase di esportazione o in transito.


Informazione 

Biografia

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Nicolas Guyot, responsabile del Servizio giuridico Diritto di proprietà industriale presso l’Istituto federale della proprietà intellettuale 

Nicolas Guyot è avvocato e biologo. È anche titolare di un master in diritto e economia dell’Università di San Gallo. Ha praticato l’avvocatura per 4 anni per uno studio valdo-ginevrino di diritto degli affari prima di giungere nel 2015 all’Istituto federale della proprietà intellettuale (IPI) a Berna, dove si occupa in particolare dell’attuazione della revisione "Swissness". Ha pubblicato diversi contributi nell’ambito delle indicazioni di provenienza e presenta regolarmente questa nuova regolamentazione ai media e alle camere di commercio romande.

Ultima modifica 15.03.2017

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