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Pessime quotazioni per i CEO

Secondo uno studio europeo, soltanto poco più di un terzo degli impiegati considera il proprio capo un modello. Le cause principali: mancanza di comunicazione e metodi di management sorpassati o inadeguati.

Questo non farà senz'altro piacere ai capi d'impresa. Secondo una ricerca condotta in Europa dallo studio di training e di coaching Krauthammer presso 500 persone, soltanto il 37% degli impiegati considera il proprio capo un esempio da seguire. Meno della metà crede che li "spinga ad eccellere" o che sappia stabilire un rapporto tra il loro lavoro e gli obbiettivi dell'impresa. Il 49% soltanto lo giudica capace di risolvere un problema e di spiegare come vi è riuscito.

Lo studio si basa su undici settori, che vanno dallo sviluppo del capitale umano all'etica personale, passando per la capacità di evolvere e all'apertura ai feedback. I risultati non sorprendono Annabelle Péclard, psicologa del lavoro e consulente in risorse umane: "I CEO non sanno spiegare ai loro impiegati in cosa consiste il loro mestiere, afferma Péclard. Ma il lavoro di gruppo è essenziale. Ci vorrebbero degli scambi più regolari tra gli impiegati ed i capi, non soltanto nei momenti in cui l'impresa attraversa una fase di crisi." Un altro fenomeno può, secondo lei, contribuire a spiegare queste statistiche: la cattiva immagine dei capi nei media. "Quando si parla di un CEO nei giornali, si tratta generalmente di uno scandalo finanziario o di licenziamenti. Questo ha per forza un impatto sull'inconscio delle persone. Anche se gli impiegati dovrebbero mantenere uno spirito critico."

Feedback reciproci necessari

Karoliina Rasi-Hedberg, dello studio Krauthammer, giudica invece i punteggi dei CEO "piuttosto scarsi per quanto concerne la gestione delle équipe e l'apertura ai feedback" e considera che questo sia dovuto alla mancanza di trasparenza  e di capacità di adattamento. "In passato, i manager non dovevano mostrare le loro debolezze, spiega Rasi-Hedberg. Al contrario, dovevano dar prova di leadership autoritaria. Inoltre, il feedback era a senso unico, dal manager all'impiegato. Oggigiorno, la situazione è diversa. Ciononostante, richiedere e dare feedback resta una sfida per un manager e necessita una relazione di solida fiducia con gli impiegati."

Una sfida ancor più difficile dato che i CEO non vi sono sempre preparati. La maggior parte delle volte, i quadri salgono nella gerarchia grazie ai loro successi commerciali e "non tutti sono necessariamente preparati per dirigere delle équipe", sottolinea Karoliina Rasi-Hedberg. "A volte difettano di certe qualità umane indispensabili", aggiunge. Ciononostante, non li condanna. "Si impara ad essere un buon manager. Sono convinta che un apprendistato basato sull'umiltà e un'immagine di sé fedele alla realtà richieda un investimento a lungo termine, in particolare nelle più alte sfere manageriali."

Metodi di comunicazione sorpassati

Oltre alle competenze proprie ai CEO, un altro problema risiede nell'arretratezza dei metodi comunicativi. "I principali strumenti di management utilizzati ai nostri giorni sono stati sviluppati negli anni '50, spiega Annabelle Péclard. Molte cose sono evolute da quel periodo, a cominciare dall'accesso all' informazione e l'autonomia accordata ai quadri. Non sempre si tiene conto di questo, nemmeno nelle grandi ditte." Questa professionista della psicologia del lavoro non è però una fervente partigiana del management partecipativo, molto in voga da qualche anno. "Si dice spesso che sia la sola cosa che motivi gli impiegati, ma non è vero. Se un ordine è compreso e formulato senza aggressività, sarà eseguito altrettanto efficacemente." Si deve quindi scegliere i metodi più efficaci, senza seguire ciecamente le tendenze, per conformismo.

Anche le perpetue referenze all' "etica" come sistema di valori d'impresa rappresenta, secondo Annabelle Péclard, una possibilità di smarrimento. "I valori affissi in un aeroporto del Sud Africa sono gli stessi di quelli che vigono su una PMI ginevrina, ironizza. Più ci si perde in concetti astratti, meno si è efficaci." Denuncia inoltre "la grande illusione" che aleggia su alcune imprese, che consiste nel far credere "che bastano tre giorni per formare un impiegato". Se i CEO vogliono indorare la loro immagine, sanno cosa devono fare...

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Ultimo aggiornamento: 01.10.2008

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Anche se mette in luce constatazioni piuttosto negative, il rapporto sottolinea anche un certo numero di aspetti incoraggianti. A cominciare dalla fiducia che gli impiegati sembrano accordare alle competenze professionali dei loro superiori. Sono quasi tre su quattro a credere alla viabilità dell’impresa e quasi il 70% a giudicare il loro datore di lavoro capace di afferrare le opportunità professionali. “Nei settori quali la costruzione di una rete, dell’etica professionale o la presentazione, gli impiegati si mostrano soddisfatti del loro CEO”, afferma Karoliina Rasi-Hedberg.

Tuttavia, solo il 58% si dice “fiero” del proprio manager e crede che rappresenti bene l’azienda. Inoltre, se l’etica personale (ovvero l’integrità morale di un CEO) si rivela soddisfacente, sono meno della metà a condividere questo parere riguardante la sua etica professionale. Questo campo ricopre la capacità di ancorare dei valori e dei principi chiari, ad assicurare la riuscita attraverso mezzi etici ma anche a trovare sistemi di motivazione. Anche in questo caso, c’è ancora parecchia strada da fare…